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L’idea del ricomporre qualcosa che si è rotto, del rammendo, senza nascondere le ferite, per ricreare una Bellezza Imperfetta che a volte sembra persa per sempre: è questo il motore del mio lavoro sugli edifici antichi, che restauro con cosi grande passione.
Ho trovato forti affinità tra l’impostazione metodologica del mio approccio al restauro degli edifici storici e l’antica e raffinata tecnica giapponese di restauro della ceramica denominata Kintsugi (金継ぎ): rompendosi, la ceramica prende nuova vita attraverso le linee di frattura dell’oggetto, che diventa ancora più pregiato, grazie alle sue cicatrici. 
La tecnica prescrive l’uso di un metallo prezioso – che può essere oro o argento liquido o lacca con polvere d’oro – per riunire i pezzi di un oggetto di ceramica rotto, esaltando le nuove nervature create. La tecnica consiste nel riunirne i frammenti dandogli un aspetto nuovo attraverso le cicatrici impreziosite.
Ogni pezzo riparato diviene unico e irripetibile, per via della casualità con cui la ceramica si frantuma e delle irregolari, ramificate decorazioni che si formano e che vengono esaltate dal metallo.
L’arte di abbracciare il danno, di non vergognarsi delle ferite, è la delicata lezione simbolica suggerita dal Kintsugi.
Il mio intento nel restaurare gli edifici storici è quello di RICUCIRE, di RAMMENDARE, di RICOMPORRE
La problematica della reintegrazione delle lacune è un tema cruciale nel restauro architettonico ed è sempre una sfida riuscire a ricucire le ferite profonde senza volere a tutti i costi cancellare il passaggio doloroso dell’abbandono che spesso interessa gli edifici storici.