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PROGETTI » RESTAURO

Villa Borromeo 

Tipo di incarico: consulenza  specialistica per  il progetto definitivo, esecutivo, DL (opere di restauro)
Cronologia:  2016 -2018
Committente: 5+1 AA srl, poi Atelier(s) Alfonso Femia srl.
Stato di progetto: eseguito
 
L’architetto Toma è stato consulente per i progettisti incaricati del restauro di Villa Borromeo d’Adda edificata nella seconda metà del 1700. L'attuale sistemazione della villa e del parco sono frutto di due interventi successivi, il primo avvenuto intorno al 1840 ad opera dell’ingegnere architetto Balzaretto. Il secondo restauro, che trasformò Villa ampliandola, avvenne a partire dal 1880 ad opera dell'architetto Emilio Alemagna. Il progressivo stato di abbandono della Villa Borromeo d’Adda ha comportato una situazione di diffuso degrado delle strutture e degli apparati decorativi, con consistenti perdite di materia storica. Le situazioni maggiormente critiche hanno riguardato gli stucchi presenti sulle volte e sulle pareti, in parte crollati ed in parte ampiamente decoesi dalla superficie. Strati di deposito superficiali hanno degradato le soffittature decorate e le pavimentazioni lignee. La prolungata mancanza di manutenzione dei serramenti lignei ed in ferro ne ha causato un rapido decadimento.
Il progetto di restauro della Villa, di proprietà comunale, è stato impostato secondo un criterio conservativo;   gli interventi di restauro  sono stati quindi finalizzati alla maggiore conservazione possibile dell’ integrità  materiale dell’edificio,  compatibilmente con la nuova destinazione d’uso (sede degli uffici di rappresentanza del Comune, spazi per mostre temporanee, uffici di vari enti e associazioni, sale per eventi privati). L’obbiettivo è stato conservare quanto era possibile, quando era possibile. Si è trattato quindi di regolare, controllare, in forma colta e consapevole le trasformazioni inevitabili dell’edificio a causa della nuova funzione prevista, massimizzando la permanenza della materia.
Purtroppo l’oblio che per anni ha interessato l’edificio è stato responsabile del degrado che ha comportato la perdita di molta materia: centrale nel restauro di Villa Borromeo è stato quindi il tema della lacuna che nell’edificio era presente alle diverse scale: architettonica, strutturale, decorativa, e delle finiture.   
L’intento è stato quindi quello di ricucire, di rammendare, di ricomporre. 
La problematica della reintegrazione delle lacune è un tema cruciale nel restauro architettonico e la modalità di intervento attuata a Villa Borromeo ha prodotto un risultato soddisfacente: è stata una sfida riuscire a ricucire le ferite profonde senza volere a tutti i costi cancellare il passaggio doloroso dell’abbandono. 
I criteri metodologici più importanti adottati nel restauro sono stati innanzitutto:
l’Autentiticità: è stato confermato l’imperativo morale del rispetto dell’verità della materia, senza falsificazioni di alcun tipo: tutte le opere di integrazione e rifacimento che si sono rese necessarie sono state limitate allo stretto indispensabile, laddove la mancanza o l’avanzato stato di degrado dei materiali non ne consentiva il recupero.  Sono state utilizzate tecniche costruttive e materiali simili e compatibili con quelli esistenti, senza effettuare mimetismi ambigui, ma dichiarando l’integrazione attraverso modalità di esecuzione o finiture adeguate.  Un esempio significativo in questo senso è stato: l’approccio utilizzato per il trattamento delle lacune delle decorazioni in stucco, in particolare nel giardino d’inverno, dove la scelta è stata quella di non riprodurre le decorazioni in stucco perdute attraverso calchi ma solo di ricostruire  la struttura sottostante alle decorazioni per “richiudere” l’ambiente e garantire la lettura della decorazione originale. 
Inoltre, in diversi ambienti la caduta nelle volte di alcuni pezzi di decorazione in stucco ha fatto emergere i disegni preparatori sottostanti che lasciati a vista consentono anche ai non addetti ai lavori di comprendere il ciclo realizzativo delle decorazioni stesse. Si sono quindi solo disegnati in volta gli ingombri delle cornici e degli stucchi mancanti per migliorare la leggibilità. Altro criterio fondamentale e irrinunciabile è stata la distinguibilità del nuovo intervento: abbiamo però generalmente  rinunciato  al principio della massima differenziazione adottato in molti restauri anche del passato,  (si pensi ad esempio alla ricostruzione in laterizi delle lacune delle colonne marmoree del tempio C di Selinunte) ; tale approccio  comporta,  a nostro parere,  un risultato formalmente eccessivo dato dal forte contrasto tra il materiale di reintegrazione della lacuna e il materiale originario. Si è evitata la dissonanza antico – nuovo e si è privilegiato invece l’uso di leggeri segni diacritici (cioè atti a distinguere) per non danneggiare la visione di un manufatto da parte dei “non addetti ai lavori”, ma contemporaneamente consentire ai restauratori futuri di cogliere le differenze, senza un’inutile accentuazione del carattere distintivo  di nuovo e moderno; si è scelto di non “urlare” informazioni  che si possono meglio fornire sussurrando. Un esempio di questo approccio è stato per le lacune del pavimento in mosaico del portico esterno nord, dove la dimensione leggermente più piccola dei nuovi tasselli renderà possibile ai restauratori che verranno la comprensione dell’aggiunta, ma senza creare troppa dissonanza rispetto all’originale. Altro esempio in tal senso per le lacune delle tappezzerie in quella che fu la sala da pranzo sono state restaurate le tappezzerie originali, e qui la teoria del rammendo non è solo evocativa ma concreta, utilizzando per le mancanze nuove tappezzerie di colore uniforme e in assonanza con le tappezzerie originali. Negli ambienti in cui il restauro delle tappezzerie era tecnicamente impossibile, a fronte dello stato di degrado elevato, si è scelto un colore neutro, senza riprodurre nè il disegno nè il colore di quelle originali, per consentire una migliore lettura dell’apparato decorativo presente (già molto ricco) 
Per le lacune dei dipinti, l’esempio più significativo è la stanza della musica che presentava nella volta una grave perdita della decorazione pittorica dovuta a precedenti infiltrazioni. Si è confermata la linea di intervento conservativa non ricostruttiva delle decorazioni pittoriche mancanti, scegliendo un colore uniforme sottotono rispetto alle decorazioni adiacenti senza riprodurne il disegno. 
Per le lacune degli intonaci che imitano il ceppo rustico si è scelto di accostare un intonaco a grana grossa distinguendolo dall’intonaco finto ceppo ma comunque in assonanza con esso.
In alcuni casi invece si è preferito rinunciare a colmare la mancanza ad esempio per le lacune dei lampadari in vetro di Murano del giardino d’inverno: gli elementi mancanti semplicemente non sono stati riprodotti; la mancanza in questo caso non solo non viene percepita ma non è importante per la fruizione del manufatto 
per le lacune del parapetto in ferro battuto del parterre esterno: gli elementi mancanti semplicemente non sono stati riprodotti; la siepe verde copre le lacune e impedisce la caduta. In altri casi invece si è optato invece per il criterio della massima differenziazione ad esempio per le lacune del parapetto in pietra arenaria del portico nord: per chiudere le porzioni di parapetto in arenaria mancanti si è scelto un elemento metallico molto semplice,  in alternativa all’ utilizzo di elementi in pietra con profilo semplificato e distinguibile rispetto all’esistente; questa decisione  è stata motivata  della presenza di conci originali molto lavorati e dal disegno complesso  che non consentivano di realizzare facilmente dal punto di vista tecnico integrazioni in pietra. 
L’aspetto conoscitivo costituisce la premessa dell’operare: è stata quindi attuata una campagna diagnostica a 360° che ha riguardato i materiali e le strutture, che ha consentito di comprendere meglio le patologie e le cause del degrado e dei dissesti strutturali, ma anche  di approfondire le fasi evolutive dell’edificio.  
Oltre a tutte le indagini diagnostiche di laboratorio e in situ, è stata condotta un’analisi stratigrafica approfondita, non solo degli intonaci ma anche un’analisi diretta dei rapporti stratigrafici tra le murature, al fine di ottenere dei dati significativi sui principali interventi architettonici che hanno interessato il complesso dall’edificazione ad oggi.  
Queste indagini hanno portato quindi alla definizione di una “cronologia relativa” delle diverse fasi di sviluppo architettonico del complesso.